Ritorno ad Est, Nowa Huta.

Prima di visitare Berlino, nel lontano 2005, non avevo mai esplorato l’Est Europa ed i luoghi che per decenni avevano subito l’asfissiante e terribile giogo dell’Unione Sovietica.
Proprio quel viaggio, durante il quale ho camminato tra i luoghi che hanno fatto la storia moderna, ha cambiato radicalmente alcune mie convinzioni e certezze.
Dopo essere tornato, ho iniziato ad interessarmi alla storia dei Paesi dell’ex Blocco orientale, ne ho studiato le evoluzioni, le forme di protesta ed il modo in cui hanno tentato di riprendere in mano la loro vita, la loro storia e l’indipendenza.

C’è qualcosa di unico e di profondo che lega questi luoghi.

Nonostante la modernità e la voglia di dimenticare, si percepisce, ancora con forza, una patina di grigiore, lascito di quel regime che ha teso annullare ogni identità popolare a vantaggio dell’unica ideologia accettata: il socialismo reale.
Certamente vi sono stati degli aspetti positivi, che forse sono alla base della rinnovata “Ostalgie” che scuote, ad esempio, la Berlino est; rimane indubbio, però, che milioni di uomini e donne sono stati costretti a sofferenze inaccettabili, ingannati da una menzogna lunga più di quarant’anni.

Berlino, Praga, Budapest, Bucarest, Sofia, Tallinn, Riga, Cracovia, ognuna di queste città che ho avuto la fortuna di visitare, ha saputo rinascere dalle sue ceneri, e riappropriarsi del futuro che gli era stato negato.
Rimangono solo i siti abbandonati a testimonianza di quei tempi oscuri, teatri di torture, di segregazioni e di storie di uomini dimenticati dalla storia, ma che vivono nei racconti di chi quei giorni li ha vissuti.
Il carcere di Patarei a Tallinn, i luoghi di detenzione segreti della STASI a Berlino, le caserme di Budapest, i bunker antiatomici di Cracovia, rappresentano la prova che l’oscurità ha realmente invaso l’Europa e ha trascinato la sua popolazione sull’orlo del baratro.

Nowa Huta è uno degli esempi meglio conservati delle manie di grandezza perseguite dalla dottrina del socialismo reale in Polonia, applicata negli anni compresi tra il 1949 ed il 1956.
L’uso dell’architettura era funzionale alla creazione di un nuovo ordine sociale, quello socialista, ed alla modificazione della coscienza dei cittadini, che sarebbero diventati dei perfetti interpreti di quella dottrina; elementi di un puzzle ove ogni tessere doveva coincidere alla perfezione, sintesi perfetta della visione del “Partito”.
Gli edifici dovevano accogliere al loro interno, ma all’esterno dovevano apparire imponenti ed austere fortezze, prive di discrasie, granitiche.
L’ingegnere e l’architetto non erano soltanto dei tecnici delle costruzioni, ma il loro lavoro era testo a riprogettare l’animo umano, in coerenza con l’ideologia di riferimento.

Ed ecco che il 23 giugno del 1949 su espressa richiesta di Stalin, l’allora presidente Polacco e alleato russo Bolesław Bierut, diede avvio al progetto di Nowa Huta, scegliendo come città Cracovia. Nel 1950, invece fu posta la prima pietra dello stabilimento siderurgico intitolato a Lenin, nel quale lavorarono fino a 38.000 dipendenti, producendo circa 6.7 milioni di tonnellate di acciaio annuo.
La nuova città fu costruita da eminenti urbanisti educati nel rispetto per i modelli classici.
Secondo il modello dell’agorà greca, il cuore della nuova città sarebbe consistito in una piazza centrale, luogo in cui si sarebbe svolta la vita pubblica. Intorno alla piazza sarebbero sorti edifici residenziali e primo, tra tutti, l’edificio del partito del Comitato Comunale.
Non si riuscì, però, a portare a termine il progetto.

Oggetto del mio interesse fotografico sono stati due edifici, cuore del centro amministrativo dell’acciaieria, posti, parallelamente l’uno all’latro, all’ingresso della fabbrica.
Essi sono denominati dalla gente del luogo “Palazzo Ducale” o “Vaticano” in virtù del loro stile pseudo rinascimentale.
Ma ciò che veramente sconvolge è la rete sotterranea di bunker e il loro perfetto stato di conservazione, grazie anche all’opera della Nowa Huta Foundation.

Uno scatto, infine, rappresenta la Chiesa di Maria Regina della Polonia, conosciuta come Arka Pana; essa, costruita grazie al grande apporto del Cardinale Karol Wojtyla, rappresentò la roccaforte del partito Solidarnosc.

Ho scritto oltremisura, lascio parlare le immagini.

© Giuseppe D’Amico 2018

“Street and Stripes”

Questo progetto nasce dall’idea di raccogliere i mie scatti dei diversi viaggi effettuati negli States, immagini street attraverso le quali ho inteso rappresentare, secondo la mia personale visione, la vita, i colori, e l’umanità delle strade di New York e del New Jersey.
Questi luoghi brulicano di vita ed esplodono di energia, travolgendo l’osservatore e trascinandolo, allo stesso tempo, in una incredibile avventura metropolitana.
Ho scelto di percorrere senza una meta precisa questo enorme palcoscenico, rappresentando nei miei scatti il successo e la sconfitta, il bello e il brutto, l’elegante ed il kitsch, con l’adrenalina che schizzava ogni qual volta sono riuscito a portare a casa lo scatto che avevo immaginato.
Per me questa è street photography: perdersi tra la gente, nel ventre della città… where the streets have no name.

© Giuseppe D’Amico 2017

Le Eolie

Chiudete un attimo gli occhi e immaginate mare a perdita d’occhio, il vento che soffia e porta via ogni pensiero; uno stato estatico vi pervade.
Immaginate la potenza dello Stromboli e i profumi di Salina; le sabbie nere, i faraglioni ed il profilo di un Postino innamorato della Poesia rivoluzionaria di Neruda.
Terre abbandonate dagli isolani per cercare fortuna sulla terraferma e poi ripopolate dai loro discendenti, attratti dall’irrefrenabile richiamo delle loro origini.
Aprite gli occhi…e avrete assaporato per un attimo la devastante bellezza delle Eolie, le isole che diedero accoglienza al dio Eolo sin dai tempi del mito.

“A volte un’isola é la cura del tempo
a volte un’isola é solo isolamento
e’ come cadere al buio
scegliere”

© Giuseppe D’Amico 2015-2018

Sofia

Proiettata verso l’Europa e verso il futuro, la capitale della Bulgaria possiede ancora un’affascinante patina di “Ostalgie” che la unisce indissolubilmente al suo passato.
Palazzi moderni e centri commerciali in perfetto stile occidentale, spesso lasciano il posto all’architettura austera ed essenziale, tipica dei paesi dell’ex blocco sovietico.
Una città che mi ha affascinato e che merita di essere visitata e approfondita.

© Giuseppe D’Amico 2018

Thailandia
Prima conosciuta come Siam, in lingua originale significa “Terra Libera”, ed è una monarchia parlamentare guidata dal re Rama X.
Abbiamo scelto un itinerario che ci portasse ad attraversare il paese, fino al triangolo d’oro, che segna il confine con Birmania e il Laos.
Siamo partiti dalla caotica Bangkok, patria dello street food, per poi ammirare gli antichi templi di Ayutthaya, Sukothay, Chang Rai e Chang Mai, sede quest’ultima dell’incredibile Tempio Bianco, il Wat Rong Khun.
Abbiamo fruito di una guida locale che ci ha consentito di poter arrivare sui luoghi prima del caos turistico e ci ha condotto nei luoghi ove pulsa l’autentica vita thailandese.
Un viaggio che ha attraversato profondamente il nostro animo, che si è arricchito della spiritualità di questo paese e ha gioito del garbo del suo popolo, umile, spesso povero, ma sempre pronto a regalare un sorriso allo straniero, che si avvicina a questa cultura con curiosità e rispetto.

Gli scatti sono stati realizzati con una Leica M (type 262) corredata da un 50mm f/1.5 Nokton Voightlander, 21mm f/1.4 Voightlander Color Skopar e un 35mm f/2.4 Leica summarit.

Gli altri scatti sul profilo instagram @peppedam81 – Giuseppe D’Amico

Buona visione

Gens Agathae

Copiosissima negli anni è la documentazione fotografica della festa di Sant’Agata, amatissima patrona della città di Catania, che si svolge nei giorni che vanno dal 3 al 5 febbraio.
Questo progetto intende mettere al centro i protagonisti della festa: i devoti catanesi, ovvero la vibrante e colorita Gens Agathae, che, durante i tre giorni dell’evento, è la protagonista di una manifestazione religiosa che per partecipazione ed importanza è la terza al mondo.
Piena di contrasti, la festa miscela in maniera unica devozione religiosa e folklore, aspetti che solo chi è nato e vissuto a Catania riesce a cogliere in maniera così netta.
Il progetto è un reportage che adotta un linguaggio street, ed è dedicato ai miei concittadini, il popolo della Santuzza: la Gens Agathae.

Giuseppe D’Amico

Edinburgo, capitale a misura d’uomo.

Non amare Edimburgo a prima vista significa non coglierne l’essenza, i colori e i sapori.
Si tratta di una capitale decisamente a misura d’uomo, che mi ha colpito per la totale assenza di quei ritmi caotici che contraddistinguono il battito metropolitano di grandi città come Londra, Parigi, Roma o Madrid.

Bastano tre giorni per visitare tutto ciò che di turistico essa offre, ci vorrebbe molto più tempo per apprezzarne ogni sua sfaccettatura ed impulso vitale; se avete poco tempo a disposizione non temete, riuscirete comunque a godere di ciò che la città offre.

Il periodo della mia permanenza è stato quello prenatalizio, nel quale, a mio avviso, la città regala emozioni uniche, grazie alla sua atmosfera magica, tipicamente UK.
Sotto il profilo fotografico ho scelto di viaggiare leggero, anzi leggerissimo, usando un approccio esclusivamente “street” e meno cartolina, come ormai mi sono abituato a fare.

Splendidi i colori che Edimburgo regala al tramonto, innumerevoli gli spunti fotografici tra le viuzze del Royal Mile.
Qui vi propongo una serie di scatti realizzati con Leica M262 in accoppiata 35 summarit 2.4 ASPH, che mi hanno restituito scatti dai colori vibranti e con un timbro decisamente poco digitale,molto vicino alla pellicola.

Giuseppe

Formentera: Isola inaspettata

Nell’immaginario collettivo Formentera, insieme ad Ibiza, è un’ isola modaiola, dove i cosiddetti “Vip” trascorrono le loro vacanze e dove i trend leader traggono ispirazione per la stagione che verrà.
Un’ isola che è letteralmente invasa da folle di ragazzi nei mesi di luglio ed agosto, ma che cambia man mano che l’estate volge al termine, mostrando il suo volto più autentico e selvaggio.
La Formentera che ho fotografato è questa: l’isola che è stata scoperta dagli Hippie nei mitici anni 60; l’isola dei concerti dei Pink Floyd, di Bob Dylan e dei Beatles; l’isola in cui anche David Gilmour aveva deciso di trascorrere il suo tempo.
Non tutti conoscono questo lato nascosto, così ho voluto nei miei scatti rappresentare il senso di libertà che mi ha subito trasmesso, e del quale porterò sempre uno splendido ricordo per tutta la vita.

Nudo & Nudo
Il nudo è quanto di più inflazionato e difficile esista nel mondo della fotografia.
Oramai la nudità fa parte della nostra vita, siamo infatti circondati da corpi nudi, bombardati da modelle, stelline, e soubrette varie ed eventuali che posano senza veli o in abiti succinti, ognuna di loro con l’obiettivo di ottenere quanti più “like” sui profili social.
Per questa ragione il fotografo che si cimenta con un nudo deve sperimentare continuamente per poter ottenere dei risultati originali, lontani dai soliti cliché.
Ho sempre ammirato il grande Avedon ed l’imprevedibile Mapplethorpe: entrambi, se pur con stili e canoni diametralmente opposti, hanno ridisegnato il concetto di nudo fotografico.
In questa serie di scatti ho voluto creare un contrasto tra le sinuose forme della splendida Chiara e l’asprezza dell’ambiente circostante, eccellente backstage per catturare l’attenzione dell’osservatore.
Il soggetto quasi si perde nel paesaggio, diventandone elemento essenziale, ma allo stesso tempo la sua armonia si ricongiunge alla bellezza della natura, ricomponendo la dicotomia iniziale.
Si tratta di un genere fotografico che suscita ancora imbarazzo ed è foriero di numerosi dibattiti tra chi non gradisce la nudità, ritenendola scabrosa, e chi invece ne apprezza la semplicità, giudicandola come elemento primordiale e puro della natura umana.
Qui si vuole dare una lettura diversa del nudo, senza alcuna velleità di ritenersi depositari della verità assoluta.
Da buon siciliano chiudo citando lo scrittore Tomasi di Lampedusa che, ne “ il Gattopardo” invita l’amico sacerdote a non aver timore della nudità del corpo, lui che è abituato a qualcosa di molto più oscuro e scabroso: la nudità dell’anima.

Diario di Viaggio
Istanbul – 11/03/2015

Una delle mete che ho sempre sognato di raggiungere era Istanbul, la città dei cento nomi.
Crocevia tra oriente ed occidente Istanbul esercita un fascino eccezionale sul viaggiatore, lasciando qualcosa di indelebile nella sua anima.
La città è un perfetto esempio di multiculturalità, e, nonostante le spinte integraliste e i duri attacchi terroristici, in essa convivono pacificamente le tre maggiori religioni monoteiste: Cristianesimo, Islam ed Ebraismo.
Per mio modo di essere affronto il viaggio non da turista ma da viaggiatore, questo mi porta ad esplorare soprattutto le zone che non sono segnalate dai depliant turistici; ciò mi ha spinto verso quelle zone vissute prevalentemente dai cittadini di Istanbul, per assaporarne gli odori, i suoni ed i colori.
La città colpisce subito per la sua enormità e diversità.
Spostandosi sull’altra riva, quella orientale, si approda nel suggestivo quartiere di Uskudar, colmo di locali, gente che beve e conversa e di tanti bei cagnoloni, ansiosi di farvi da guida lungo i vicoli.

Fermatevi a gustare le specialità culinarie e a conversare con la gente, troverete tutti molto disponibili e pronti a raccontarvi aneddoti divertenti e originali.

Nel visitare Istanbul osservate la dovuta e normale prudenza, ma non vi fate condizionare dall’incubo terrorismo, perché questo sarebbe una grande sconfitta per chi ama i viaggi e quindi anche la fotografia.